Utile saperlo

A che cosa ci serve l’intelligenza artificiale

Written by Stefano Lissa

L’intelligenza artificiale serve per racchiudere alcune abilità umane dentro un computer in modo che siano disponibili per tutti

Immaginatevi di ritorno da un viaggio che avete condiviso con degli amici. Una delle cose che io ho sempre fatto erano i “conti”, ovvero la divisione delle spese.

Sono solo somme, sottrazioni e divisioni: tutti abbiamo imparato a farle alle scuole elementari, probabilmente ci ricordiamo ancora la tecnica (il riporto, il prestito, …), ma scommetto che il 99.9% (periodico) di noi oggi utilizza la calcolatrice.

La calcolatrice non è altro che uno strumento nel quale abbiamo inserito i metodi per fare le operazioni, così possiamo anche dimenticarli ma siamo lo stesso in grado di fare i calcoli. Oppure possiamo fare i conti senza avere un esperto in matematica a portata di mano.

La stessa cosa si è ripetuta più e più volte da quando abbiamo i computer: tante attività umane, che seguono procedure meccaniche, sono state trasformate in software in grado di farle al posto nostro. Anzi, la meccanicizzazione è ben più antica, ma restiamo in tempi moderni.

L’aspetto importante non è la “sostituzione in sé” dell’essere umano. Ciò che conta è l’aver trasferito la conoscenza necessaria per eseguire certi compiti dentro una macchina.

Il diritto di contare

Se avete visto il film “Il diritto di contare“, la storia è proprio quella: persone che applicavano metodi di calcolo per far volare i razzi sostituite dal mainframe IBM, probabilmente il meglio della potenza computazionale del tempo.

Fortunatamente, in quel film, le persone che prima facevano i calcoli diventano le persone che “insegnano” alla macchina come fare i calcoli, ovvero trasferiscono lì la loro conoscenza e le loro abilità.

Liberando, ci si augura, “tempo umano” per creare nuova conoscenza, mentre il “tempo macchina” è utilizzato per metterla in pratica.

Dal film “il diritto di contare”

Intelligenza per tutti

Nota. Utilizzo le parole “intelligenza artificiale” in modo generico e per chiarezza anche quando bisognerebbe parlare di machine learning, deep learning, eccetera.

L’intelligenza artificiale è in parte proprio questo: la possibilità di trasferire certe conoscenze, certe abilità umane in una macchina perché possano essere disponibili a tutti.

Immaginate di esservi fatti una radiografia. Vorreste aver il miglior dottore al mondo che la valuta per fare una diagnosi. Invece ve ne tocca uno mediocre o addirittura scarso.

E se quel particolare tipo di radiografia potesse essere valutato con l’intelligenza artificiale? E se in quell’intelligenza riuscissimo a “intrappolare” le abilità dei migliori dottori? E se diventasse a disposizione di tutti?

Pericoloso!

Esiste un pericolo, o forse due. Il primo potrebbe essere un eccesso di fiducia in una particolare “intelligenza artificiale”. Questi modelli matematici che vivono all’interno di un computer non implementano semplici procedure come quelle di calcolo. Producono risultati con certe probabilità e sono soggetti ad errori. Come lo sono gli essere umani, d’altronde.

A differenza di un essere umano, delle sue conoscenze e dei suoi limiti, che sono unici ed implementati in un solo cervello, una certa “intelligenza artificiale” può essere duplicata a messa a disposizione di tutti. Può essere pervasiva. E se contiene dei defetti, diventano pervasivi anche questi.

Un essere umano propaga i suoi errori solo attorno a sé. Una intelligenza artificiale li espande, potenzialmente, ovunque.

L’altro problema è la perdita di conoscenza. Quando ho una macchina che contiene una certa conoscenza che posso conservare e duplicare facilmente, che necessità ho di garantire che sia presente in qualche cervello? O addirittura in qualche libro?

Pensate alla radice quadrata: quanti di voi ne conoscono l’algoritmo per estrarla “a mano”? Fortunatamente i metodi di calcolo sono facilmente descrivibili e conservabili in un testo. Eventualmente possono essere implementati da zero.

Ma l’intelligenza artificiale (in certe implementazioni) è qualcosa di diverso. E’ il risultato di un training: ha imparato a dare le risposte giuste, ma non è in grado di insegnare come le dà.

La capacità del nostro dottore di analizzare una radiografia è stata “catturata” dall’intelligenza artificiale, ma se questi non la trasferisce ad altri esseri umani in una forma umana, non sarà recuperabile dal computer che la conserva.

Possiamo permetterci questa nuova forma di conservazione della conoscenza? O diviene importante anche conservare tutto il materiale e tutte le procedure con la quale l’abbiamo costruita che sono in forma intellegibile all’essere umano?

Lavori

Oggi si parla moltissimo dei lavori del futuro e uno dei più citati è il Data Scientist, ovvero l’esperto del trattamento dei dati (ovviamente con le tecnologie più avanzate).

Sicuramente queste figure avranno un ruolo importante ma ci sarà anche bisogno di chi comprende la potenza dello strumento, indipendentemente dalla conoscenza dei modelli matematici che vi sono nascosti dentro. Altrimenti è come pensare che sia necessario aver fatto l’esame di campi elettromagnetici per utilizzare una radio.

Ci sarà bisogno di chi avrà il colpo d’occhio giusto per capire quali conoscenze umane vale la pena trasferire all’intelligenza artificiale, di chi sarà esperto di training di questi cervelli cibernetici e di chi dovrà individuare il cervello artificiale giusto da usare in uno specifico campo.

Poi ci saranno i venditori di cervelli artificiali: sistemi pronti per iniziare a lavorare nei campi più disparati, così come oggi compriamo il pacchetto software per la contabilità.

E dove una soluzione non esiste nel mercato, dove c’è bisogno di qualcosa di specifico, avremo gli esperti sviluppatori di intelligenza artificiale, così come oggi abbiamo gli sviluppatori di software, pronti a confezionare il cervello che serve a noi.

E’ uno spazio ancora tutto da esplorare, buon divertimento!

About the author

Stefano Lissa

Leave a Comment